Aldina Balboni (1931-2016), fondatrice di Casa Santa Chiara, è un modello di vita cristiana vissuta nella fede e nell’impegno civico per le persone in difficoltà.
Nata a Bologna il 5 dicembre 1931, in una famiglia semplice e numerosa, si è formata in Azione Cattolica e nelle Acli (Associazioni cristiane lavoratori italiani).
È proprio nelle Acli bolognesi, in cui militò a stretto contatto con Giovanni Bersani e di cui fu responsabile del movimento giovanile, che venne a contatto con i problemi delle lavoratrici precoci, come lei che a 14 anni lasciò la scuola per iniziare a lavorare.
La sua missione iniziò nel 1953: era tagliatrice alla Camiceria Gambetti quando incontrò una ragazza in stato di esaurimento fisico e nervoso per un lavoro troppo pesante in fabbrica. Si mise alla ricerca di una soluzione ed organizzò a Bedollo di Vidiciatico una casa per ferie aperta a lavoratrici senza mezzi.
«Questo fu il nostro primo impegno sociale: dare la possibilità a tante giovani lavoratrici di passare alcuni giorni sereni in un luogo dove ritemprare lo spirito e riacquistare le forze».
Nel 1959, con tre di queste ragazze adolescenti, iniziò l’esperienza di vita comunitaria in un appartamento in piazza Calderini, messo a disposizione dal conte Francesco Senni al terzo piano di Palazzo Guidotti.
È qui che matura anche l’idea di porre questa scelta di vita sotto la protezione di Santa Chiara. Il primo obiettivo, ricordava Aldina, fu quello di «restituire a queste ragazze la dignità e il diritto ad avere una casa, una famiglia e degli amici».
In pochi anni la comunità divenne più numerosa, così alla fine degli anni Sessanta vennero costituiti alcuni piccoli gruppi familiari, il primo in via Castiglione, nei quali furono accolte giovani con problemi o con disabilità di vario genere, soprattutto psichico. Persone che, in assenza di questa soluzione, sarebbero state destinate a strutture psichiatriche.
Sono gli anni che precedono la legge Basaglia e il dibattito sulla de-istituzionalizzazione della cura della malattia mentale, che secondo Aldina poteva trovare risposta non in generici “gruppi appartamento” ma in piccole comunità familiari.
Proprio in questo contesto Aldina dà avvio a Casa Santa Chiara per dare risposte alle nuove esigenze attraverso l’apertura di Gruppi Famiglia. Tuttavia, dare una casa dove essere amati non era sufficiente. Per una vita di qualità, infatti, era necessario anche riempire le giornate con attività quotidiane. Ecco quindi l’intuizione di aprire i primi centri lavorativi per le persone con disabilità e la casa per ferie di Sottocastello di Cadore, per dare l’opportunità di godere anche di un tempo libero, ai tempi non scontato.
All’inizio degli anni Novanta, Casa Santa Chiara aveva attivi quattro centri diurni socio-riabilitativi, nove gruppi famiglia, la casa per ferie di Sottocastello e il centro per il tempo libero “Il Ponte”.
«Tutte iniziative che non sono nate attorno ad un progetto studiato, ma dal desiderio di dare una risposta concreta alle richieste di aiuto».
Nel 2005, Beatrice Draghetti, in Consiglio provinciale di Bologna, le ha conferito il Premio Provincia e nel 2013 il sindaco di Bologna Virginio Merola le ha consegnato la più grande onorificenza della città: il Nettuno d’Oro.
Aldina ha sempre condiviso i riconoscimenti ricevuti con la comunità di persone che con lei hanno dedicato la vita alla missione di Casa Santa Chiara.
Aldina muore il 18 marzo 2016, lasciando in eredità un monito potente: non arrendersi alla debolezza, ma trasformarla in una chiamata ad amare e ad accogliere senza misura.
Il libro ripercorre l’esperienza semplice e al tempo stesso eccezionale di Aldina Balboni (1931-2016), fondatrice di Casa Santa Chiara